Un popolo in galera

Ogni palestinese è stato incarcerato almeno una volta da Isreale e almeno un suo famigliare o un conoscente ha sperimentato la realtà della detenzione per motivi politici, perpetrata dall’occupante.

Uno dei dispositivi repressivi più utilizzati è la detenzione amministrativa, una forma di incarcerazione preventiva autorizzata senza sentenza ne giudizio, da parte di un giudice o una corte, che prevede l’arresto e la detenzione per sei mesi, prorogabili all’infinito.

Scopo dichiarato: anticipare gli attacchi dei “presunti terroristi” incarcerandoli prima di un eventuale azione.

Scopo reale: arrestare arbitrariamente e ingiustificatamente donne, uomini, bambine e bambini palestinesi così da poterli detenere nelle carceri israeliane, spesso anche per anni, contravvenendo a qualsiasi legge internazionale.

Questo è il tentativo di spaventare la popolazione applicando pene esemplari, incarcerando chi viene reputato perno delle comunità palestinesi. La detenzione amministrativa è un controsenso giuridico in quanto non esiste reato. Si suppone la colpevolezza dell’arrestato per un’azione che non ha mai compiuto e lo si incarcera semplicemente perché è palestinese.

Abbiamo conosciuto numerose storie di prigionieri politici palestinesi che hanno attraversato esperienze tragiche, dimostrando grande determinazione e resistenza.

Abbiamo conosciuto un prigioniero che ha trascorso letteralmente METÀ della sua vita nelle carceri israeliane, più di dieci anni consumati con rinnovi semestrali, alternando speranza a rassegnazione.
La durezza della prigione porta al suicidio molti detenuti e molte detenute, mentre coloro che sopravvivono si portano dietro gli strascichi psicologici, fino alla fine dei propri giorni.

<< E’ necessario salvare la propria umanità, quanto di più buono e costruttivo abbiamo dentro per restare umani, sensibili, capaci di avere rapporti umani, cioè tutto quello che l’aguzzino vuole toglierci. >>
I momenti peggiori della sua prigionia sono stati l’arresto e la scarcerazione, accomunati dalla medesima assenza di prospettiva: una detenzione senza fine certa, in condizioni indegne e il ritorno nella comunità come individui abbruttiti e dis-umanizzati.

<<Nel frattempo, fuori dal carcere, la comunità nella quale sono cresciuto non è più la stessa. Trovare lavoro, pagare le spese e mantenere la propria famiglia iniziano ad essere questioni più individuali e sempre meno collettive. Sono fallite le esperienze dell’autorità palestinese, che ha tradito il suo popolo aprendo le porte all’individualismo economico.>>

Mantenere la propria umanità è difficile, in un ambiente malsano e degradato ed è quindi necessario dare alle persone un luogo dignitoso e confortevole in cui coltivare relazioni sane e rispetto reciproco. Sarebbe altrettanto utile raccogliere gli sforzi della intera comunità, anche con il sostegno dei solidali di tutto il mondo, per
risolvere uno dopo l’altro i problemi di chi soffre all’ interno della popolazione palestinese, sia dentro che fuori dai campi.

 

<<Subito dopo l’arresto ci costringevano a salire su un bus che chiamavamo “il congelatore” in inverno e “il forno” in estate>>, ci racconta M., storica militante femminista più volte arrestata da Israele.  <<Con mani e piedi legati e occhi bendati mi spingevano a salire ma mi opposi. Sapevo già che quel viaggio sarebbe potuto durare giorni, volevo almeno andare al bagno prima di salire>> continua a raccontare.

La formazione ricevuta dai compagni e dalle compagne della generazione precedente ha permesso ai prigionieri politici palestinesi di resistere nelle carceri israeliane anno dopo anno.

M. ci racconta della violenza subita nel suo primo arresto, quando, trascinata fuori di casa insieme al fratello riuscì a portare con sé le scarpe della madre. Il suo primo periodo dell’incarcerazione fu in isolamento nello stesso settore delle criminali israeliane che in ogni occasione tentavano di umiliarla e aggredirla. Le notti in cella, dopo interrogatori e aggressioni, trovava conforto nello stringere a sé quelle scarpe, unico legame con le sue relazioni affettive.

Durante la detenzione, i militari provavano ogni modo a farla crollare ma M., esprimendo la forza che aveva imparato dalle donne palestinesi delle generazioni precedenti, resistette. La sua determinazione arrivò anche dalla consapevolezza che bambine e bambini arrestati, avrebbero avuto un esempio di resistenza senza compromessi a cui fare riferimento nei momenti di difficoltà. M. vede nelle nuove generazioni la speranza per il futuro, le giovani che come Ahed Tamimi lottano senza tregua contro l’occupazione.

<<Alla prima udienza in cui si sarebbe discussa la proroga della mia incarcerazione, dissi all’avvocato di non fare venire mia madre. Era la persona che più mi mancava e che più avrei voluto vicina ma non potevo farmi vedere nelle condizioni in cui ero. Non potevo curarmi, non sentivo più la mia femminilità, il mio essere donna. Mia madre non poteva assolutamente vedermi così!>>.

Al suo secondo arresto M. venne portata in carcere insieme ad altre donne palestinesi. Questo fu per lei una boccata d’aria perchè nonostante la difficoltà della situazione, la solidarietà tra detenute le diede nuove energie per poter riprendere a parlare, costruire delle relazioni e studiare.  Durante i giorni di prigionia ha avuto la forza di scrivere, riportando la sua esperienza, ciò che ha vissuto e ciò che le ha dato la forza di andare avanti. Ne ha fatto un libro e a breve sarà anche tradotto anche in italiano.

Avere avuto la possibilità di  conoscere e ascoltare queste persone, con storie cosi difficili ma con una calorosa umanità e sguardo di attenzione verso l’altro, ci fa sentire la profonda importanza del significato della parola resistenza e di come possa essere tramutata in azione tangibile.